Grave in movimento


Oggi pomeriggio
la luna sta con un'unghia corta.
Lo spaventapasseri è uomo.
Non si sa se l'uomo spaventi gli uccelli.

Vediamo il collo di un gallo,
su una finestra aperta
la stanza azzurra dalla strada.
Cose nuove

ripassano la loro storia,
per loro stiamo coprendo spazi
diversi in uguale tempo.

 

 

 

 

Festa a fine estate


Questo tempo qualcosa
ti ha dato: quest'estate
si è mossa, ha buttato
in tre giorni tutto
un calore seduto,
sulle foglie e sui vivi.

Oggi sarebbe domenica.

Ti ho messo la voglia
di capire cos'è una stagione,
un tronco. Una scia
di tenerezza lo sa. Qualche volta
visitiamo la morte
con la testa per terra.
E l'acqua appare alle volte
come vento basso che ci apre,
dopo mesi.

 

 

 

 

RIPRENDENDO IL GIRO
Poemetto di venti stazioni sul correre

----------------------------------------Chienne splendide, écarte l'idolâtre!
------------------------------------------------Le cimetière marin, Paul Valéry

 

I


Il sole con una scorza tiene
tutto l'inverno e le acque correnti
dell'estate nei ricordi. Si contengono
i cani e gli uccelli,
passano ancora delle pecore
a volte e le galline.
Quel che è vecchio è su poca erba
sotto i rami tagliati, negli ultimi
fossi rimasti dov'erano.
Qualcuno ha dato fuoco a tutto
e s'ostina dopo la notte un fumo
sulla cenere bianca, un refolo diesel
va verso il sole. Stoppie,
stoppie arate sotto, traiettorie
frugate da un amore.
La vista dura, scollata dell'azzurro,
il rifiuto di una terra che s'inalbera.


 

 

II


Gli occhi, una rete,
fumo e alti platani potati
oggi nervi sottotono.

Grosso e magro
il cane che m'abbaia è a un passo
dall'evolversi
ancora.

Gelsi e forbici
assieme a fango, cose
che dormono e non
hanno un aspetto.

 

 

 

 

III


Fuori dalle case
puoi sentire scie
di soffritti nei cortili,
a un soffio dalle fogne.
Il corpo: un silos
in digestione.
Puoi fare i calcoli che vuoi,
respirare sopra il calicanto,
dov'è uno specchio grigio
in ogni stanza
con la finestra aperta.

 

 

 

 

IV


Volere essere ritratto
da cani in coppia
disattenti sul loro avvenire
e in curva vicino
alle cave.

E essere ripreso
con i movimenti della terra
che non sono terremoti.

Si può?

 

 

 

 

V


A mezzogiorno i nidi
sono su di giri.
Rincuora l'attesa
d'un pasto vicini,
uomini e uccelli.

 

 

 

 

 

VI


Quello che basta
per irritarti (il cielo rosso).
Quello che è un rischio
nella gioia (foglie vecchie).
Con tanto mi arrangio
a pensare il sangue
in momenti come questo.

 

 

 

 

 

VII


A volte si spera in corsa
che la testa proceda verso un vuoto.

Sembra di aver pianto per un giorno,
ma non si è pianto nemmeno un'ora
nella vita intera.

Almeno questo lo dici,
con le narici che prendono l'aria
buona di ogni moto.

 

 

 

 


VIII


Le ali lievitano
quasi fossero scucite da un coro
di uomini che non esiste più,
in una sera gentile
di stelle adatte
alla mia testa.

 

 

 

 


IX


La pancia si gonfia
e accetta il primo giro
della primavera. Tulipani, ne ho fatti
fuori tanti con una
pallonata.
In un grande vaso
sempre uno giallo e uno rosso,
uno dei due rimena
uno schermo di fedeltà,
ha continuato a vivere con me.

 

 

 

 


X


Lungo le feritoie
che la magnolia lascia,
in una barca di vento,
del giallo e una buccia
di mandarino per terra:
oggi una stagione è uno
scarto qualsiasi di materia,
di un frutto e batteri.
Mi svesto dietro la persiana,
sudato, pensando
con la stanchezza a disegnare
la mia traccia su mappe
e leggende nuove.

 

 

 

 

XI


Dialogo di due
cani in giro, attorno a se stessi.
Uno prova a far saltare la biglia
su nel sole, l'altro s'attacca
ad un perimetro che è l'occhio,
la macchia di un fiore reciso;
e restituisce il favore.

 

 

 

 

 

XII


Di vetro, siete due terzi
del reale, della maggioranza
dei sempreverdi.
Lucide come i miei passi,
di possesso.
E ricordate le ombre.

 

 

 

 

 


XIII


Finestre dietro
i resti di una pioggia,
dietro la città un prato alto
e un annuncio per vendere una casa.
Anche un fienile e un capitello
mancherebbero in questo aprile
di polveri e di lune.

 

 

 

 

 

XIV


Un oggetto in ombra
dietro i pini
cade velocemente.

Un attentato nella casa:
il nido di vespe
bruciato con la torcia
di un foglio di giornale,

lì sotto l'arco
dove oggi esistono
eccitate le api.

 

 

 

 

 


XV


La novità nelle luci
al neon, lentamente accese.
E pensare alla petraia
che scottava, con la pelle
- il mio primo cervello -
ancora ferma all'estate.
Nella luce che proietta solo sé
stessa, un sasso riallaccia
ogni parola quando s'è
stanchi di aspettare sera.

 

 

 

 

 


XVI


Alcuni davano
la strada per favorita.

(Favorita nella vita
e nei viaggi al sole.)

Io vivo tra muri
bianchi, consumo suole,
sto all'oscuro sotto i nidi.

 

 

 

 

 

XVII


Rallentare sopra i malli,
pestandoli se già scoppiati.
Poi la noce matura è una miniatura
del cervello. Una paura
di quelle che svuotano gli alberi
e i prati dai pensieri
è già corsa ai piedi.

 

 

 

 

 

XVIII


Ogni luogo è vorace,
di sogni che cadono dentro
le fessure del terreno,
del sogno di quello che è.
Aghi di pino, sterpaglia,
foglie: la lingua è ferma
a questo, superando
qualsiasi figura in terra.

 

 

 

 

 


XIX


La luce corregge il pallore
in faccia,
filtra tra le colonne
delle macchine, dei loro nomi,
e ci fa seri, per poco ancora.

 

 

 

 

 

XX


Fuori lo spazio mai
non si chiude e non ha altro
che la sua libertà, e il vero che apre
non lo vuole questo tempo.

 

 

 

 

 

Uffici che ho passato


Fuori i visi sono rossi,
pieni di sangue. Il passo
di un torno è sempre meglio
di avere la schiena
spaccata da una sedia.
Preferirei uscire, credere a tutto,
svuotare lo stomaco.
Essere qui, al lavoro
e non capire più niente del tempo.

 

 

 

 

Ambiente


Chi varda e tombe. Chi no.
N'importa gnente.
Che tuti vémo morti: òmeni,
fémene. Tosatèi. Ma qua
se xe par sercar i vivi
sepeìi soto na fórbise
de storie.


Posto. Chi guarda le tombe. Chi no. / Non importa. / Tanto tutti abbiamo morti: mariti, / mogli. Bambini. Ma qui / si è per cercare i vivi / seppelliti sotto una forbice / di storie.

 

 

 

 

Parer


El simitero no l'é mai
sta cussì bruto e pièn.
No é miràcoeo la xente,
no é miràcoeo èsarghe.
Sol-che-ti, ciara 'fa ti,
t'impianti i oci su fanai
par crédar che vien scuro.

 

Impressione. Il cimitero non è mai / stato così brutto e pieno. / Non è un miracolo la gente, / non è un miracolo esserci. / Solamente tu, chiara come te, / pianti gli occhi su fanali / per convincerti che viene buio.

 

 

 

 

Fiol de troia el tempo


Ò da rivar basarte,
gnente pì. Ma qua
scumìnsio a bàtar i piè,
sarà el fredo, la boca sarà
morta, desmentegada
par tanti basi. Gnanca
na foto de ti, par fortuna.
L'é da pensar de vér
zà scuminsià partir
co sabia dentro e scarpe,
sabia e reòi che camina.
Par un fià vorò inviarme
su stradee de sassi, spetar
come poro can el tempo de ti.
Assa a scia de i to posti.


Figlio di puttana il tempo. Devo arrivare a baciarti, / nulla più. Ma qua / comincio a battere i piedi, / sarà il freddo, la bocca sarà / morta, dimenticata / per così tanti baci. Nemmeno / una foto tua, fortunatamente. / Meglio pensare di aver / già iniziato a partire / con la sabbia dentro le scarpe, / sabbia e orologi che funzionano. / Per un po' vorrò inviarmi / in stradine di sassi, aspettare / come un povero cane il tuo tempo. / Lascia la scia dei tuoi posti.

 

 

 

 

Alberto Cellotto, Grave, Zona 2008