Il tempo dell'attesa


Io fui. Già il tempo quieta l'acqua
sul non cresciuto porto dell'infanzia

caligine avanzata sulla proda dove il vento
forte mulina remore e ricordi
sotto la torre vigile dell'ora

ombra tra ombre disseccate al suolo

fui quell'istante esile nel soffio
che sulle smorte sillabe rimuore
quando nel vespro cadono le stelle

fui solo l'apparenza una domanda
pagina bianca inutile sospesa una promessa
per completare il tempo dell'attesa.

 

 

 

 

Di là dalla cortina d'ombre


Supina sul divano la rivedo
in una luce spenta
contro il vetro e le tendine bianche
guardare in lontananza il tempo
dei suoi morti.

Foto ingiallite sulla mensola
e il vaso dei ricordi,
amuleti a cui appendere
l'ultima presenza
su questa fiumana d'ombre
e di lacrime a lungo consumate.

La pendola degli anni ferma
di là dalla cortina d'ombre
ne tracciava i contorni,
ne fissava il silenzio
e gli occhi in quella immensità cupa di mare.

 

 

 

 

Paese di antiche memorie


A sera le donne alle fonti nel teschio
di luna rifanno noti sentieri,
sapendo di doversene andare,
tra meste folate di addii su chiusi
nuraghi di sogni.
Sull'uscio una foglia di tenebra
cade e dai campi un suono di pioggia
ritorna a grappoli vuoti
nell'eco del vento.
Radici lontane, la terra ha un sapore
di pane e beato chi nasce e vi muore.

Paese di antiche memorie,
ritorno alle soglie e non trovo
che scheletri bianchi di querce
e case trafitte,
calanchi assopiti tra mute fiumare,
il tempo di ieri si sgretola e lascia
un sentiero di pioggia,
là dove restava mia madre,
lei sola, sull'uscio, nell'alba.

 

 

 

 

Preghiera per mia madre


Sarà l'esile filo sul tempo il tuo ricordo
che la neve scioglierà portando
il profumo del vento
e la sera berrà dolce il sapore
di stupiti silenzi
nel naufragio dell'ora quando il giorno
chiuderà la sua strada
e grandi ombre varcheranno la soglia,
dal giaciglio la tua immagine sparuta
sarà nel soffio debole del lume
l'esile dubbio ancora a sostenermi,
prima che il sole cada,
madre, sul grande fiume del tempo.
Sarà ancora negli occhi il tiepido profumo
dei tuoi silenzi
l'eco rifranto di una luce spoglia,
quando la sera fragili le foglie
danzeranno nel vento
e con la pioggia un dolce turbamento
inonderà la campana del cielo,
sarà la tua preghiera
su un inquieto profilo di penombre
la lacerata immagine del tempo
che in me si incarna
nell'eterno silenzio delle nevi.

 

 

 

 

20 marzo 2003
(1º giorno di guerra)


Le parole muoiono nell'alba,
in quest'alba ad altre uguale,
fredda di sole, senza mutamento,
qui non c'è traccia, nulla, solo un vento
leggero che ci taglia.

E tutto pare uguale: le stesse cose
rifatte, i gesti contati, ripetuti,
qualche parola fiacca, un cenno
con la mano, a poco a poco,
a poco a poco la giornata riprende,
uguale, senza mutamento,
ogni cosa è al suo posto, almeno così pare,
in questa indifferenza.

 

 

 

 

Ritorno a questa casa


Ritorno a questa casa, a questa vecchia
casa chiusa da troppo tempo, estinta
come un vecchio quaderno fuori corso
su cui sillabe vuote han perso il senso
di una frase compiuta, di un discorso
che si interrompe, vuoto, dove il segno
cade sbiadito entro tramonti cupi.

Qui la mia casa al buio come morta
esce dall'ombra, grigia, in un silenzio
di cupi smarrimenti, di abbandoni,
mentre corrono voci ed ombre ancora
là sulla soglia, sui gradini vuoti.
Sono partiti tutti, sono andati
per altre strade, tutti, ad uno ad uno,
tutti i miei cari, l'alveare è vuoto.

- Sradica il pioppo le radici ossute -

E sono qui, in silenzio, nell'attesa
che già qualcuno a notte fonda, forse,
scenda dai campi, svicoli dall'erta,
mi porti il segno di una redenzione,
ripopoli il calvario di ogni assenza.

 

 

 

 

Altre terre


Altre terre, non questa che dilava il vento
stretta sul ciglio, ho attraversato,
altri confini e porti, di tempo in tempo,
ho alzato con le mani nude
saracinesche di dolore e d'ombre
per questa vita a briciole bevuta,
a lungo, come lungo era ogni addio
lasciato sulla costa, quando il mare
si gonfia di maree e nella nebbia
gracida il faro.

Altre terre, non questa stretta a un terrapieno
tra le pareti arse di un dirupo,
ho con l'animo in pena attraversato,
partenze e arrivi e solo sulla porta
un cenno di saluto, una parola fiacca
per una sosta forse troppo breve,
breve per tessere il filo di un incontro
o una parola detta a mezza voce.

Altre terre, ma questa è la mia terra
arsa sul giogo che dilava il vento,
coi suoi pennacchi di ginestre e rovi
in lontananze cupe e nello strazio
che lascia l'orma impressa dentro il campo,
come la casa chiusa già da tempo,
come questo migrar di porta in porta,

questa è la pena e il debito che porto.

 

 

 

 

Le parole dell'anima


Mi hai detto che ci sono fiori bianchi
che si aprono nella trasparenza dell'alba
e vivono eterni nei cuori dei ghiacciai
per schiudersi al tramonto nel fuoco
degli orizzonti, lingue bruciate sulla lava
dei vulcani e spade di dolori,
e fiori neri che si schiudono la sera,
quando la notte spalanca il cuore
sui nostri pensieri.

Mi hai detto che ci sono istanti rubati
alla soglia del giorno, quando esitante
ancora il tempo allunga il respiro
sulle distese degli anni,
e secoli di vita bruciati in un istante,
barriere senza suono dirompenti
su nere scogliere senza forma
quando il gesto rompe la ragione
nel buio dell'esistenza.

Mi hai detto che ci sono parole
che si aprono la sera, nel velluto
di un accorato soffio di mestizia,
quando giacciono i cuori nel silenzio
e si guardano stupiti nello specchio
del cielo per ritrovarsi all'alba
sui sentieri dell'arcobaleno,
e parole ferite che muoiono
nell'eco della pioggia, quando il vento
disperde le ultime foglie
di stagioni senza tempo.

Mi hai detto che ci sono grappoli di luce
sulle soglie del pensiero,
e cristalli di vetro dove le maree
s'infrangono e piegano sorde
alle folate del dubbio, e memorie sospese
ai roveti bianchi di sentieri perduti
nei labirinti dell'esistenza
e ancora emozioni che respirano
sulle inquietudini del domani
tra profumi taciti di piogge.

E poi il giorno che sorge dalle ceneri
del tempo per richiudersi agli occhi della sera,
quando gli sguardi si chiuderanno nel silenzio,
sui fiori bianchi eterni delle nevi.

 

 

 

 

 

Briciole di vita, d'eternità e di morte


Amici, io non so che raccontarvi
tra l'alba e il vespro un transito di sole,
quel poco che ci basta, è tanto o poco,
la mia bisaccia è logora, rimasta per troppo tempo
greve sulle spalle, quel poco se ne andato
con il vento, per anni e anni - è lunga
la mia storia - ho camminato tentando
oscure soglie, in bilico sul filo o sulla gora
a mescolare il tempo dei ricordi.

C'è poco, qualche foglio, due o tre libri
rimasti a caso aperti, un segnalibro,
appunti presi a caso, qualche riga
di parole confuse, sfilacciate,
minuscole finestre semichiuse,
avanzi di una cena. Tutto il resto
il tempo se l'è preso, cancellato.
È poco, ma quel poco è la mia vita.

Un autobus che avanza semivuoto
nell'ora che fa cruda la città,
- si svuotano le strade a sera tarda -
si arresta all'ultima fermata.
Si scende senza avere più il coraggio
di procedere oltre, di saltare anche
l'ultimo fossato ed ogni passo
è come un ancoraggio a quel poco
che resta del passato.

Ed è un addio che strazia la partenza,
le stanze semivuote, qualche foto,
un diario scolorito ed un quaderno
scritto a metà, pellicole di carta
di questo lungo viaggio consumato
sotto cieli piovosi, sfilacciati,
sopra spianate brulle, inanimate,
e porta nel suo fasciame tutta la vita,
grumi di bolle e gemme inaridite.

Si chiudono i cancelli, porte chiuse
nel silenzio ovattato della sera
ed ombre di mestizia lacerate
annebbiano il passato, tentenna
non vista alla finestra una ferita
di luce aperta,
è un lume che sbadiglia all'infinito,
briciole di vita, d'eternità e di morte.

 

 

 

 

 

Nessuna nuova


Il vento affila la collina nuda,
le sterpaglie piegate sopra i fossi,
sfiora i deserti appesi alla lucerna
tenue di un sole settembrino, guardo
dai vetri il tempo che traluce e sparge
sulle scarpate luci e ombre, scorre
il mattino, la stanza invade lento.

Tra i tavoli seduto aspetto la mia ora,
la sosta sarà breve, guardo distratto
il volto di un signore a me distante,
e passa il tempo, l'ora all'infinito,
si srotolano parole nell'attesa.
Qualcuno s'alza e rapido riparte
per queste terre avare, altri rimangono,
le voci si assottigliano, sonnecchia
sotto la panca nera il cane.

Di me di noi nessuna nuova, il tempo
schiaccia il futuro e asserpola il presente
nell'agonia dell'ora, mi distendo
al riverbero lieve di un ricordo.
E cade l'ora. Scende dentro il vento
un cielo cupo di nuvole e di ombre.

Mi guardo dentro, il peso di una vita
tutta d'un tratto mi ghermisce, è tanta,
non si misura, dicono, in un giorno,
ma lentamente, gradino su gradino.
Mi guardo intorno, vedo la boscaglia
piegarsi cupa. Ancor nessuna nuova
di te di noi, il vento mi trascina
in lontananze buie di foglie morte.

 

 

 

 

In treno


L'alba traluce con le braccia d'ombre
dietro la riga effimera dei monti,
il vento avvolge la campagna muta
e sparge raffiche buie di tempesta,
passano ombre rapide, son dietro
i vetri sporchi di un vagone, guardo,
il treno taglia il filo dei ricordi.
Davanti a me una ragazza bruna
e un signore distratto, corre il tempo,
nuvole chiare tagliano la luce,
nessuno fa domande,
solo batte un cancello contro il vento.

Fisso il solco che taglia la campagna,
la crepa aperta del giorno, seguo
la luce a sprazzi tra le siepi,
il silenzio s'appesa nel barlume
di un'alba che sfinisce tra le nubi,
mi guarda a tratti la ragazza, l'uomo
tentenna il capo e s'addormenta.
Alla fermata, forse, nessuno scenderà,
né altri saliranno, forse. Il tempo
non si trattiene, scorre rapido, incalza
l'ombra che insegue,
sento un cancello chiudersi nel vento.

Giorni su giorni, la vita scorre avanti
rapida, si frange in cunicoli avari,
in queste terre dove solo la lepre
si nasconde, né altri torneranno.
Dai vetri guarda la ragazza assorta
nell'ombra che la stringe, l'uomo dorme.
Sgocciola adagio e lacera il silenzio
il tempo che si sfalda, l'ora morta
che lentamente si consuma, ascolto.
Sento soltanto un suono di lamiere
e il vento tra lunghe litanie di ombre.

 

 

 

 

 

È quasi sera


"Che fai? Non m'accompagni? Il tempo, vedi
ci lascia ancora un tremito, un istante,
è poco o molto, un battito. Mi ascolti?"
Parole biascicate, appena udite
nel tonfo di un silenzio senza volto,
cupo, irritante. È questa la risposta
che viene, che trasecola dal fondo
del nostro lungo viaggio.
-----------------------È quel silenzio
attonito che porta solo istanti,
immagini, frammenti.

-----------------------È quasi sera,
il vento soffia in mezzo alla brughiera,
soffia e ci tocca, è un rantolo sottile
che infrange il vetro, spezza vie d'uscita,
ci chiude addosso il peso di una vita.

 

 

Bruno Bartoletti, Il tempo dell'attesa, Il Ponte Vecchio 2005